23 luglio 2014



   





Pubblicato il 18/04/2012
FMI: vivere più a lungo? Dio non voglia!
Gustavo De Santis*

Da pochi giorni, nell’aprile 2012, è uscito il Global Financial Stability Report  del FMI (Fondo Monetario Internazionale), il cui capitolo 4 si intitola “The financial impact of longevity risk ”. L’allarme contenuto nel rapporto è stato ripreso da diversi media, tra cui, ad esempio, il Corriere della Sera . Il messaggio, in sintesi, è il seguente: se si vive più a lungo, chi pagherà il maggior carico previdenziale? In alcuni casi, un certo allungamento della durata media della vita è già inglobato nel sistema di calcolo, ma allora qui la domanda diventa: che succede se la durata effettiva della vita si allunga più del previsto? Senza le necessarie contromisure, molti paesi si troveranno in seria difficoltà - persino gli Stati Uniti, che pure, in pensioni, spendono molto meno di noi: loro circa il 10% del PIL, tra pubblico e privato, e noi il 13% e passa, secondo l’OECD (Pensions at a Glance 2011), se non addirittura il 16%, secondo Eurostat.

Un sistema incasinato (e mal fatto)

Certo, è un po’ paradossale che l’allungamento della durata della vita, da una parte sia desiderato da tutti noi e faccia ben figurare i paesi nelle classifiche internazionali (ad esempio in quella dell’Indice di Sviluppo Umano, in cui l’Italia risulta 24^ nel mondo, su 187 paesi considerati), e dall’altra, invece, ci metta in crisi. E’ segno, si potrebbe pensare, di cattiva impostazione del sistema previdenziale.

Il FMI è un convinto assertore della bontà della capitalizzazione, quel sistema per cui ogni anno si mette qualcosa da parte (sotto forma di contributi) e si accumula un capitale, che poi cresce anche grazie agli interessi. Quando si va in pensione, si ritira un pochino ogni anno (veramente sarebbe ogni mese - ma ragioniamo in termini di anni, che è più facile), fino a che, se si è stati bravi, si muore proprio il giorno in cui il capitale è esaurito.

Il meccanismo è ripreso anche nel nostro sistema previdenziale, quello cosiddetto Dini, che abbiamo dal 1996 (ma che abbiamo già modificato spesso, e su cui ancora dovremo tornare), che è a capitalizzazione virtuale, il che significa che si fanno i calcoli come se ci fossero dei soldi messi da parte, solo che questi soldi da parte non ci sono, perché i contributi versati dai lavoratori di oggi vengono utilizzati immediatamente per pagare le pensioni di oggi. In realtà, quindi, il nostro è un sistema a ripartizione - e per giunta fatto male, perché i contributi correnti (222 miliardi di euro), non bastano a coprire le uscite (284 miliardi) e questo genera un mastodontico deficit (di 62 miliardi, pari a circa il 3.5% del PIL), coperto, ogni anno, dai trasferimenti pubblici - altro che manovre di Monti![1]

Ma, in buona parte, le storture del nostro sistema previdenziale sono dovute non tanto alla riforma Dini e a suoi successivi (frequenti) aggiustamenti, quanto al sistema precedente: quello che prometteva pensioni ricche e precoci a tutti, incurante della mancata quadratura dei conti e fonte di ingiustificate aspettative di benessere facile per tutti; quello che la riforma Dini ha in parte salvaguardato, perché si è deciso che il rigore valesse solo per i giovani e non anche per i vecchi[2]; quello che non cura concetti di equità attuariale (ti restituisco in pensioni tanto quanto hai versato in contributi) né di perequazione (togliamo ai ricchi per dare ai poveri); quello infine di cui beneficerebbero (beneficeranno) gli “esodati”, di cui tanto si parla in questi giorni, che (come tutti quelli che sono andati in pensione prima di loro, beninteso) difendono a spada tratta i loro “diritti acquisiti”, senza curarsi se questi “diritti” sono veri e propri furti legalizzati, ai danni delle generazioni più giovani.

Ma anche con il sistema Dini, che pure costituisce un enorme passo avanti rispetto al passato, i problemi non sono tutti risolti. Vi è intanto il caos che deriva dal passaggio dal vecchio al nuovo, con, ad esempio, la fine dei privilegi dei parlamentari (solo di quelli futuri, però!, e a decorrere non dal 1996, ma dal 2013), il difficile ricongiungimento all’INPS delle molte casse di categoria e altri problemi minori (v. ancora Report ).

E poi vi è una difficoltà di base, che qui semplifico all’estremo, tralasciando aspetti pur non secondari quali interessi composti, variabilità dei rendimenti, costi di gestione, ecc. Se Tizio lavora per 40 anni (da 20 a 60 anni) e versa 1.000 in contributi tutti gli anni, accumula un capitale di 40.000. Se muore a 80 anni, e passa quindi 20 anni da pensionato, può “attingere” 2.000 di pensione ogni anno: al momento della morte, avrà esaurito il capitale, e i conti tornano. Se anche non tornano alla virgola per Tizio, ma tornano in media per un gruppo di persone di cui Tizio fa parte, va ancora bene, perché alcuni campano più a lungo e usano, per le loro pensioni, i soldi non sfruttati da quelli che muoiono prima: nell’aggregato, il bilancio INPS tra entrate e uscite è ancora in pareggio. Se però, sistematicamente, i vari “Tizio” per cui si sono fatti i calcoli non muoiono a 80 anni ma, per esempio, a 82, il problema c’è. Al compimento dell’80° anno, il “loro” capitale è ormai esaurito, ma può l’INPS smettere di pagare la pensione e lasciarli morire di fame? E se la risposta è no, chi paga?

Che fare?

Il “che fare?” è un problema antico, che molti si sono già posti in passato, magari in contesti diversi (tra cui Lenin, e, prima di lui, Černyševskij ), e che, per la parte previdenziale, riemerge periodicamente in discussioni che sanno moltissimo di déjà-vu.

Io la soluzione ce l’ho, e l’ho già proposta: la prima volta nel 1994 (“Popolazione, trasferimenti e generazioni”, relazione invitata alla 35^ Riunione Scientifica della Società Italiana degli Economisti, Milano, 28-29 ottobre 1994, con Massimo Livi Bacci), e poi di nuovo, a più riprese, fino alla nausea, anche su Neodemos, oltre che in articoli e libri (es. Previdenza: a ciascuno il suo?, Bologna, Il Mulino, 2006)[3].

Il sistema che ho ideato si articola su più piani, e sarebbe qui troppo lungo riprenderli tutti. Ma sul punto specifico della longevità, l’idea è semplicemente quella di fissare a un livello ritenuto socialmente accettabile il rapporto tra la durata della vita adulta (=in principio, lavorativa) e la durata della vita totale. Ammettiamo, per semplicità, che la scelta cada sul valore “50%”: questo significa che scegliamo di lavorare, in media, per metà della nostra vita. Se la durata media della vita è 80 anni, se ne lavorano 40; se la durata sale a 82, se ne lavorano 41; ecc.

Questo sistema avrebbe due notevoli vantaggi sul sistema corrente (e anche, a quanto mi risulta, sui sistemi in vigore in tutto il resto del mondo). Il primo è che l’aggiustamento sarebbe automatico, e avverrebbe ogni anno, e senza bisogno di comitati, esperti, consultazioni e gruppi di studio. Si tratterebbe di un semplice sottoprodotto dell’attività routinaria dell’Istat, che annualmente produce le tavole di mortalità per l’Italia (demo.istat.it) e che potrebbe molto facilmente affiancare a queste le età, dinamiche, di inizio e fine dell’età adulta, tali per cui il rapporto collettivamente scelto rimanga costante nel tempo - per sempre.

Il secondo vantaggio è che questa soluzione non richiede previsioni, con i costi e i rischi che esse comportano, e che il Fondo Monetario (periodicamente) richiama: basarsi su ciò che si è osservato e aggiustare rapidamente il tiro è operazione assai meno rischiosa che non scommettere - e scommettere montagne di soldi! - su un futuro a lungo termine che nessuno conosce.

 


[1] Cifre riferite al 2009, ultimo anno disponibile, e relative alla sola parte previdenziale (esclusa quindi quella assistenziale) degli enti previdenziali italiani. I dati Istat, usciti il 30 agosto 2011, ma senza il tradizionale testo di accompagnamento, si trovano qui: http://www.istat.it/it/archivio/37154 . Le tabelle da considerare sono, in particolare, la 2.1.1 e la 2.6.1. La sbilancio esiste da sempre ed è sempre stato molto rilevante: i dati della tab. 2.6.1 risalgono fino al 1999, ma il fenomeno è di gran lunga antecedente. Anche Neodemos ne ha già parlato: ad es. Gustavo De Santis, “Pensioni: dati freschi per un tema ancora caldo” , Neodemos, 05/02/2009).

[2]  E sì: sindacati e partiti hanno protetto prima se stessi e i propri referenti; e anche i severi riformatori del sistema, tutti, hanno prima blindato il proprio futuro, e poi pensato a quello del resto del paese, v. Report.

[3] “ ... uno dei testi che lui riteneva tra i più significativi usciti negli ultimi anni ... Un testo che altri non avevano ritenuto nemmeno degno di confutazione.” (Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Bompiani, 1996, p. 127 - 1^ ed. 1991).


* Facoltà di Scienze Politiche




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