29 luglio 2014



   





Pubblicato il 04/04/2012
Benessere
Gustavo De Santis*

Il 22 febbraio 2012, di fronte alla Commissione V "Bilancio, tesoro e programmazione" della Camera dei Deputati si è svolta l’audizione del Presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, sul tema “Indagine conoscitiva sull’individuazione di indicatori di misurazione del benessere ulteriori rispetto al PIL”. Il titolo in burocratichese fa un po’ accapponare la pelle, ma il succo è interessante: in Italia stiamo bene? Non solo economicamente, intendo: siamo felici, ottimisti, sereni, fiduciosi nell’avvenire, soddisfatti, e cose simili? E come si fa a dirlo?

Non di solo pane vive l’uomo ...

Quelli che si sono occupati della questione “benessere”, concordano almeno su una cosa: non di solo pane vive l’uomo. E anche l’audizione di Giovannini, non a caso, esordisce con l’evidenziazione dei limiti delle sole misure economiche, del resto riconosciuti persino da Simon Kuznets, il padre spirituale del moderno Pil, che già nel 1934 osservava “The welfare of a nation can scarcely be inferred from a measurement of national income.” (“Non è che dal reddito nazionale si possa capire molto del grado di benessere di una nazione” - Traduzione mia).

Perché il Pil non basta? Un po’ perché lo si misura solo con notevole approssimazione, soprattutto nella fase postindustriale, quando cresce il peso dei servizi e del settore pubblico; ma soprattutto perché, per definizione, al Pil sfuggono elementi rilevanti: “ad esempio (cito Giovannini)  esso non considera le attività svolte al di fuori del mercato - come il volontariato o il lavoro domestico -, le esternalità negative sociali e ambientali del sistema produttivo, include le spese difensive (come quelle militari), mentre non tiene conto degli elementi distributivi.”

Appare quindi opportuno integrarlo con la considerazione anche di altri aspetti importanti della vita. Già, ma quali? Cos’altro vogliamo, oltre al pane? E qui, purtroppo, l’accordo viene meno, anche nei detti popolari: per i cattolici “ogni parola che esce dalla bocca di Dio”; per Giovenale, i circenses (insieme al panem); per Marcellino, il vino; per le femministe, le rose; e via dicendo.

Più nel concreto, quel che si cerca di fare è costruire indicatori compositi, come si fa, ad esempio, nel Better Life Index , che si basa su 11 aspetti (anche detti “dimensioni”) del benessere: casa, reddito, lavoro, comunità, istruzione, ambiente, governo, salute, soddisfazione, salute, sicurezza, tempo libero. La famosa “Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi” ne raccomanda otto: benessere materiale, salute, istruzione, attività personali e lavoro, partecipazione politica e governance, relazioni sociali, ambiente, insicurezza economica e fisica. Il da noi non molto noto Canadian Index of Wellbeing (CIW) ne individua ancora otto, ma in parte diversi: comunità, partecipazione democratica, istruzione, ambiente, salute, svago e cultura, tenore di vita, uso del tempo.

Il “Comitato di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana”, costituito dal Cnel e dall’Istat, si focalizza invece su 12 “domini (Ambiente, Salute, Benessere economico, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Relazioni sociali, Sicurezza personale, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi, Politica e istituzioni), che, insieme, formano il BES (Benessere Equo e Sostenibile). Più o meno, gli ambiti sono sempre quelli, d’accordo, ma mai esattamente gli stessi, e mai misurati in maniera perfettamente comparabile.

Ah, e poi c’è la International Society for Quality-of-Life Studies (ISQOLS) che terrà a Venezia la sua prossima conferenza, l’undicesima, nel novembre 2012 ...

Chiedimi se sono felice

Su questa scia, nel febbraio 2011 l'Istat ha chiesto a un campione di 45 mila persone residenti in Italia di fornire un punteggio da 0 a 10 a una lista di 15 (eh, sì, ora sono 15) condizioni che corrispondono ad altrettante possibili dimensioni del benessere : Essere in buona salute, Poter assicurare il futuro dei figli dal punto di vista economico e sociale, Avere un lavoro dignitoso di cui essere soddisfatto, Un reddito adeguato, Buone relazioni con amici e parenti, Sentirsi sicuri nei confronti della criminalità, Essere felici in amore, Vivere in una società in cui ci si possa fidare degli altri, Un buon livello di istruzione, Il presente e il futuro delle condizioni dell'ambiente, Istituzioni pubbliche in grado di svolgere bene la loro funzione, Servizi di pubblica utilità accessibili e di buona qualità, Tempo libero adeguato e di buona qualità, Poter influire sulle decisioni dei poteri locali e nazionali, Partecipare alla vita della comunità locale. L’ordine con cui sono qui elencati corrisponde anche all’importanza a essi attribuita dagli stessi rispondenti: dal 9,7 (medio) della salute giù giù fino al 7,1 della partecipazione alla vita della comunità locale. Il reddito è importante (9,1), ma è solo quarto nella lista: “non di solo pane ...”, appunto. Il futuro dei nostri figli ci sta molto a cuore (9,3): anche dei figli ipotetici però, perché la domanda è rivolta anche a chi i figli non li ha, o li ha già grandi, e con un futuro economico e sociale ormai, tipicamente, ben delineato. Il “profilo della felicità” (cioè: quali cose sono più o meno importanti per avere un alto benessere) è praticamente identico a chiunque lo si chieda: maschi o femmine, giovani o vecchi, residenti al nord, al centro o al sud. “Grande affidabilità degli indicatori”, suggerisce l’Istat. “Forse stereotipi”, sospetta il maligno.

Ma fidiamoci per un momento di questi indicatori: chi è più felice in Italia? Per il vero, c’è poca variabilità: la felicità decresce monotonicamente con l’età (da 7,8 per i 14-17enni a 6,7 per chi ha 75+ anni), è un po’ più alta tra i maschi che non tra le femmine (7,2 contro 7,1), cala con il titolo di studio (dal 7,4 dei laureati al 6,7 di chi ha solo la licenza elementare), e cala man mano che si scende verso sud: dal 7,7 del Trentino Alto Adige si arriva al 6,9 del Lazio e della Campania. Ma non è tanto chiaro che cosa, esattamente, si stia misurando qui: forse, in prevalenza, lo stato di salute? O forse la propensione a lamentarsi (i "martiri professionali” dei “Viaggi e Miragg i” di De Gregori)?

E nei confronti internazionali, come sta l’Italia? Se riprendiamo il Better Life Index scopriamo che ... non si può dire: perché le 11 dimensioni selezionate sono incomparabili tra loro, e, in funzione dell’importanza che, soggettivamente, si attribuisce a ciascuna di esse, la graduatoria può variare. Ma se, come prima approssimazione, si immagina di attribuire lo stesso peso a tutte le dimensioni, si vede che l’Italia non è messa benissimo: è intorno alla 20^ posizione in un gruppo di 34 paesi OCSE, meglio di Turchia, Messico e Cile (gli ultimi della lista) ma peggio assai di Australia, Canada e Svezia, i leader della graduatoria della felicità.

Ma sono domande da farsi?

“Chiedimi se sono felice” è il titolo di un celebre film di Aldo Giovanni e Giacomo - in cui, incidentalmente, la risposta implicita alla domanda è che per essere felici bisogna avere amici, l’amore, e realizzare i propri sogni: ma va?

Ma è anche il titolo di un blog del nov. 2011, in cui di Massimo Gramellini prende garbatamente in giro il sondaggio, fortemente voluto da David Cameron, per cercare di misurare la felicità degli inglesi (ne parla anche Giovannini , nella sua audizione. [1]

Gramellini contesta il procedimento alla radice: ci sono cose, sostiene, che non si possono misurare, e la felicità è una di queste. Non sono sicuro di condividere l’opinione del vicedirettore de “La Stampa”, in questo caso. Sospetto però che abbia ragione quando (non troppo) scherzosamente risponde alla prima domanda del sondaggio inglese (“Siete soddisfatti della vostra vita?”) con un caustico “A ondate, come tutti, finché non arrivò un questionario a chiedermelo: lì entrai in crisi”. Se il nostro umore muta rapidamente, le risposte che diamo a domande soggettive come questa rischiano di avere risposte molto instabili, se non del tutto casuali. O stereotipate, appunto.


[1] Un’altra simpatica presa in giro dello stesso sondaggio si trova qui: http://timharford.com/2012/03/sex-shopping-and-the-statistics-of-happiness/.


* Facoltā di Scienze Politiche




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