30 luglio 2010

|
 |
|
Pubblicato il 10/02/2010 Non è una pensione per vecchi Gustavo De Santis*

|
|
E' uscito a gennaio il volume on line dell'Istat "I trattamenti pensionistici (Anno 2007)" (http://www.istat.it/dati/catalogo/20100119_00/). Si parla di dati del 2007 e quindi non particolarmente "freschi", ma anche così vale forse la pena di soffermarsi a riflettere su alcuni aspetti un po' paradossali del nostro sistema previdenziale. Fuori equilibrio In Italia si sono pagate, nel 2007, quasi 24 milioni di pensioni: prevalentemente di vecchiaia (e anzianità: poi ci torniamo); ma anche per mancanza o riduzione di capacità lavorativa per menomazione congenita o sopravvenuta, per infortunio sul lavoro o a causa di eventi bellici (invalidità o indennità); o, infine, per morte della persona protetta (superstiti). Considerato che, nel 2007, gli occupati erano stati, in media annua, circa 23,2 milioni (Indagine Istat sulle Forze di lavoro, http://www.istat.it/dati/catalogo/20090202_00/) ecco che ci troviamo con più di una pensione da pagare per ogni occupato! L'importo medio annuo delle pensioni ha sfiorato i 10 mila euro: individualmente non si largheggia, dunque, ma nell'insieme questo ci costa 233 miliardi di euro/anno in pensioni, cioè oltre il 15% del PIL. Le cose peggioreranno considerevolmente nel prossimo futuro dal punto di vista demografico, visto che l'indice di vecchiaia (anziani /adulti) raddoppierà da qui al 2050 (fig. 1). Sorge allora spontanea una domanda: se già ora siamo oberati da questo carico previdenziale, che faremo domani? Inoltre, il sistema previdenziale non è in equilibrio. E' vero che tra le 24 milioni di pensioni erogate ve ne sono anche parecchie di assistenza (quasi 6 milioni), e queste, per definizione, non sono coperte da versamenti contributivi. Ma queste pensioni costano "solo" 29 miliardi di euro/anno. Invece, i restanti 203 miliardi di euro/anno (oltre il 13% del Pil) sono spesi per previdenza, e le entrate previdenziali non bastano a coprire le uscite (v. Gustavo De Santis, Pensioni: dati freschi per un tema ancora caldo) Chi prende la pensione? La pensione, contrariamente a quel che si può pensare, la si può prendere un po' a tutte le età. Entro certi limiti, questo è normale, perché ci sono anche le pensioni di reversibilità e quelle di invalidità. Ma quelle di vecchiaia? Ebbene, anche quelle - incredibilmente! - possono andare a beneficio di persone relativamente giovani, o comunque non vecchie: circa 90 mila sono state erogate prima del 55° compleanno, e altri 3 milioni sono andate a persone tra il 55° e il 65° compleanno (tab. 1). Tab. 1 - Pensioni di vecchiaia in Italia, nel 2007 | Età dei beneficiari | | Valore (media annua) | | N. | Euro | N. Indice | | 40 | - | 54 | 90.487 | 19.477 | 158,8 | | 55 | - | 64 | 3.037.810 | 17.147 | 139,8 | | 65 | - | 79 | 9.225.385 | 11.677 | 95,2 | | 80 | + | | 3.777.986 | 9.616 | 78,4 | | Non ripartibili | 1.263 | 12.547 | 102,3 | | Totale | 16.132.931 | 12.265 | 100,0 | Fonte: Istat, I trattamenti pensionistici (Anno 2007) (http://www.istat.it/dati/catalogo/20100119_00/). In termini di numero di pensioni, questi "baby pensionati" costituiscono circa il 20% del problema delle pensioni di vecchiaia nel nostro paese, ma i termini di importo (cioè, di soldi) pesano ben di più, quasi il 30% del totale, perché, come si vede dalla tab. 1, la pensione è, mediamente, tanto più alta quanto più il pensionato è giovane. E non di poco: i pensionati con meno di 55 anni (che normalmente potrebbero lavorare, e spesso infatti lo fanno) prendono mediamente il doppio dei pensionati con 80 anni e più: in cifra tonda, 20 mila contro 10 mila euro/anno. E quindi? L'Italia è, tra i paesi ricchi, un paese vecchio, ma non è il più vecchio e non è comunque molto diverso, sotto questo profilo, rispetto a tanti altri, dalla Germania, al Giappone. E non si distingue molto dagli altri quanto a ammontare della spesa sociale (circa il 27% del Pil) - è anzi lievemente sotto media, quanto a questo. Ma è completamente fuori linea come peso previdenziale in rapporto al Pil - circa il doppio rispetto alla media OCSE - (http://www.oecd.org/dataoecd/29/27/43132878.pdf), e anche come aliquote contributive (33%, contro 21% nella media degli altri paesi OCSE). I motivi, come sempre avviene nei fatti della vita vera, sono molteplici e complessi. Ma la ragione principale è facile da individuare: si pagano pensioni a persone troppo giovani (tipicamente, pensioni di anzianità), e queste pensioni, per giunta, sono le più generose. Questa è la prima distorsione da correggere. Poi, potremo passare a occuparci degli altri problemi: ad esempio di come far crescere l'età pensionabile (quella teorica è 65 anni, ma quella effettiva è vicina a 60) e come tenerla in linea con la crescente durata media della vita. Potremmo finalmente domandarci se vogliamo pensioni attuarialmente eque (chi versa più contributi prende pensioni più alte), egalitarie (tutti prendono lo stesso ammontare) o in parte una cosa e in parte l'altra, in percentuali che la collettività dovrebbe esplicitamente scegliere in sede politica. Potremmo focalizzarci sul cosiddetto tasso di sostituzione (= rapporto tra pensione media e salario medio, nella definizione dell'OCSE), e domandarci se questo rapporto (pari a circa il 68% in Italia e al 59% negli altri paesi OCSE - ma da noi destinato a diminuire drasticamente) debba avere un valore obiettivo predefinito - come io credo - o se invece lo si debba lasciare variare, più o meno a caso. Si potrebbe ragionare di come far crescere l'occupazione, a tutte le età, ma soprattutto tra i giovani, e tra i "maturi" (55-64 anni); di come farla crescere tra le donne; di come accogliere con più favore gli immigrati (che ringiovaniscono il paese, e che lavorano); di come contrastare la patologicamente bassa fecondità, che, in prospettiva, toglie lavoratori e quindi contributi al sistema previdenziale italiano: sono tutte cose che incidono sul problema pensionistico, e contribuiscono a renderlo più o meno grave. Si potrebbe discutere dell'opportunità di avere un sistema che paga pensioni relativamente generose all'inizio, ma poi lascia che si svalutino, rendendo gli anziani progressivamente più poveri. O dell'equità di coefficienti di conversione che si sono abbassati dal 1° gennaio, rendendo più povero chi va in pensione oggi, ma non toccando gli importi di chi ha smesso di lavorare a entro il dicembre 2009. E' una situazione complessa, la cui storia, ricordata anche recentemente dal Governatore della Banca d'Italia (Mario Draghi, I motivi dell’assicurazione sociale), in fondo ribadisce il principio generale che gli errori del passato (prepensionamenti, pensioni generose poco collegate ai versamenti, ecc.) si pagano, prima o poi. A pagare adesso siamo noi, e ancor di più lo saranno i nostri (pochi) figli, nei prossimi anni. * Facoltà di Scienze Politiche
© neodemos.it la riproduzione di questo testo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.neodemos.it
|
|
|
|
|
|
L'articolo è interessante, tuttavia si inserisce, ad avviso di chi scrive, nel 'solco' del catastrofismo non giustificato dai dati disponibili. Inannzituto, il dato del 15% del Pil speso in pensioni da nostro Paese non è corretto in quanto rispecchia alcune note disomogeneità nella costruzione, prima,e comparazione, poi, dei dati Eurostat: - la spesa previdenziale italiana include indebitamente il Trattamento di fine Rapporto e il Trattamento di Fine servizio anche se erogati in anni diversi da quelli della pensione (questa spesa vale circa l'1,4-1,5% del Pil). Questa forma di salario differito non esiste in nessun altro Paese europeo; - nella spesa previdenziale italiana sono contabilizzate (come rileva anche l'autore) prestazioni assitenziali (assegni sociali, di invalidità, ecc.) e inerenti la funzione "disoccupazione" (pagamenti indenità di disoccupazione; prepensionamenti); - la spesa previdenziale italiana è contabilizzata al lordo delle trattenute, che variano anche notevolmente da Paese a Paese (in Italia le pensioni sono tassate come reddito e come tali assogettate a imposta personale, mentre in Germania, ad esempio, non sono tassate affatto). Inoltre non vengono calcolate le agevolazioni fiscali di cui spesso godono (anche in Italia) le forme di previdenza privata individuale (e che quindi andrebbero calcolate come spesa publica indiretta). Se si calcolano queste incongruenze, il dato italiano è sostanzialmente nella media europea (se non al di sotto). Inoltre, il presunto dissesto dei conti pensionistici italiani è smentito dagli ogani preposti al controllo (Corte dei Conti) e Ragioneria Generale dello Stato. La "Relazione sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria dell’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS) per l’esercizio 2008", pur sottolineando l'inevitabile ricaduta prodotta dal calo del Pil sul rapporto spesa previdenziale/Pil, conclude che: "Il bilancio generale 2008 replica le ampie risultanze positive del 2007, che vengono sorrette dall’aumento delle contribuzioni e dei trasferimenti statali, migliorando l’avanzo finanziario (da 9,3 a 13,5 mld di euro), quello di amministrazione (da 38,3 a 49,2 mld di euro) e il netto patrimoniale (da 32,5 a 39,3 mld di euro). Le stime, ancora favorevoli per il 2009, riflettono nel 2010 la crisi complessiva, che abbatte l’avanzo finanziario (a 4,1 mld di euro) ed economico (da 6,9 a 2,9 mld di euro)". Quindi anche in presenza della gravissima crisi in atto, i conti Inps non solo tengono ma continuano a far segnare avanzi di gestione: nel 2010 stimati in 4,1 miliardi di euro. Il sistema previdenziale, dunque, anche in presenza di una crisi eccezionale contribuisce positivamente al bilancio pubblico. Il contributo al bilancio pubblico complessivo cresce ulteriormente se si considera, come detto, che la spesa è calcolata al lordo delle trattenute fiscali (che in Italia sono tra le più alte d'Europa, dopo i paesi nordici). Per quanto riguarda la sostenibilità finanziaria della spesa previdenziale, essa è assicurata dalla revisione dei coefficienti di trasformazione anche se a scapito (evidentemente) delle prestazioni pensionistiche (il tasso di sostituzione è infatti destinato a ridursi notevolmente). Quindi per il futuro sarà più urgente affrontare la questione della "sostenibilità sociale" delle pensioni piuttosto che la loro "sostenibilità finanziaria" che, anche ad opinione della Ragioneria Generale dello Stato, sarà stabile (salvo "gobbe" ipotizzate ma comunque da verificare) e non presenterà particolari problemi. In conclusione - qui convngo con lei - è urgente adoperarsi per modificare il denominatore del rapporto (il Pil), cercando di individuare percorsi virtuosi di crescita e di maggiore occupazione. Una strada potrebbe essere quella (da più parti suggerita) di affievolire il rigidismo monetario e di bilancio dell'Ue (ad es. attraverso la 'vecchia' idea di Delors di creare delle eurobbligazioni). Sul trend delle pensioni di anzianità, infine, vale la pena ricordare che nel 2009 esse si sono pressoché dimezzate rispetto al 2008 (su queso si può vedere, tra gli altri, un recente articolo de Il Sole 24 Ore (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/12/inps-pensioni-anzianita-2009-calo.shtml?uuid=6c73e040-f222-11de-a47c-099d76ded039&DocRulesView=Libero). Cordiali saluti
|
|
Tecnicamente sarei una “baby-pensionata”, secondo la definizione dell’articolo, non avendo ancora compiuto i 65 anni. Prendo quindi la parola “per fatto personale” (naturalmente scherzo), aggiungendo ulteriore complessità a quella meritoriamente già contenuta nell’articolo. 1) Come molti della mia età, mi sono sentita fare “l’offerta che non si può rifiutare” dalla mia azienda, e ovviamente non l’ho rifiutata. 2) Faccio parte della cosiddetta “generazione sandwich” e per di più sono donna: avendo genitori quasi novantenni che un po’ di attenzione la meritano e altri impicci familiari, penso talvolta di essere andata in pensione proprio al momento giusto. 3) Avrei sicuramente “resistito” qualche altro anno, anche per aumentare la pensione, se avessi potuto fare un part-time: ma il mio datore di lavoro non lo prevedeva, e quando gliel’ho chiesto mi ha proposto solo l’aspettativa non retribuita (allora, meglio la pensione, se permettete !) Dunque, i “baby-pensionamenti” sono spessissimo il risultato di politiche aziendali di corto respiro, prima fra tutte la non esistenza di strumenti di gestione flessibile del rapporto di lavoro dal punto di vista del lavoratore medesimo (di flessibilità dal punto di vista del datore, ce n’è invece anche troppa, a mio modesto avviso). Aggiungo qualche dubbio meno personale: 1) le previsioni ONU 2008 sul rapporto di dipendenza per la popolazione italiana includono la recente immigrazione? Cosa cambierebbe se la includessero ? 2) le indagini forze di lavoro (che sono aggiornate al 2009) dicono che nelle classi di età 55-64 aumenta la percentuale degli occupati e si riduce quella dei ritirati dal lavoro. Un’evoluzione forse troppo lenta, ma che sta già avvenendo. 3) Vale la pena di distinguere fra la sottoclasse 55-59 e quella 60-64 (i dati lo permettono): dopotutto andare in pensione a 56 anni non è la stessa cosa che andarci a 64. 4) Infine gli aspetti territoriali, spesso sottaciuti: le pensioni per 100 abitanti sono 41 nel Centro-Nord e 35 nel Mezzogiorno. 5) Sulla svalutazione delle pensioni con l’avanzare dell’età, sono assolutamente d’accordo: si dà molto a chi è in età di essere autonomo, e sempre meno a chi – per motivi “naturali” – lo è meno: occorre pensare ad un meccanismo di riequilibrio.
|
|
| * i campi con l'asterisco sono obbligatori |
|

<< indietro
|
|
| |
|