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© Massimo Vitali Guggenheim Collection NY
     09 febbraio 2010




Pubblicato il 22/07/2009
In nomine patris
Andrea Furcht*

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Si discute in questi giorni della riforma della trasmissione del cognome: che si acquisisca quello paterno viene considerato un anacronismo da abbattere in nome della parità di diritti e ruoli tra i generi[1].

Possiamo tuttavia cercare un'interpretazione alternativa, adottando un'ottica neo-darwiniana: consideriamo quindi gli organismi viventi alla stregua di temporanee coalizioni di geni, finalizzate all'auto-propagazione (in breve: il pollo è un espediente dell'uovo per riprodursi).

Lo scopo di questo intervento non è quello di avversare una possibile riforma del sistema patrilineare, se non altro perché sono convinto la legge debba intromettersi il meno possibile nella sfera privata degli individui; piuttosto, ritengo importante sottolineare pregi poco appariscenti del meccanismo oggi vigente, e soprattutto come spiegazioni apparentemente ovvie (l’acquisizione del cognome dal padre come manifestazione di supremazia maschile) possano essere fallaci o perlomeno parziali.


L'asimmetria fondamentale

Sono le femmine a portare il fardello della gravidanza: decisivo quindi il loro stato di salute, valutabile ad esempio attraverso la bellezza, ma anche l'età, resa ancora più importante nell'Homo sapiens dall'insorgere della menopausa. Il massimo teorico di fecondità è relativamente modesto, in particolare nei mammiferi: nella nostra specie si aggira intorno alla ventina di figli per le donne, contro un tetto pressoché illimitato per i maschi.

Tutti (almeno sinora) hanno però una madre e un padre biologici; per i maschi il successo riproduttivo deve quindi essere molto più variabile: se si fallisce i propri geni escono dal gioco, ma se si riesce si può stravincere. Un esito reso possibile dal meccanismo della poligamia[2] (di fatto, non necessariamente istituzionale), e propiziato dall'accumulo di risorse[3]: ove queste sono distribuite in modo molto squilibrato, le donne hanno convenienza a sceglierla, mentre per la maggioranza dei maschi è più favorevole la monogamia[4].. Questo non per brama di lusso ed agi, ma perché – nella notte dei tempi nella quale i nostri istinti si sono consolidati – il contributo maschile era cruciale per la sopravvivenza dei figli: i geni che nelle femmine promuovono tale orientamento[5] hanno quindi guadagnato terreno.


Amore e inganno

In ambito riproduttivo, non solo umano, vi sono due modi d'agire “sleali”. Il primo è maschile: la seduzione seguita dalla fuga. La donna, che a causa del suo alto investimento parentale e della fragilità della sua posizione dopo l'inizio della gestazione[6] è solitamente molto selettiva nella scelta del partner, viene indotta all'accoppiamento in vista della formazione di una relazione stabile e resta invece sola.

Mettiamoci ora nei panni di una femmina: la ricerca di protezione per la discendenza porta a ricercare partner ricchi (e affidabili) anziché un corredo cromosomico della migliore qualità[7]. Non esiste proprio un modo di evitare di ripiegare su geni meno appetibili? Uno a dire il vero c'è, sebbene un po' rischioso: separare la paternità sociale da quella biologica, unendosi ad un maschio dal punto di vista familiare, ma utilizzando i gameti di un altro per generare i figli[8]. Il coniuge è di solito inconsapevole[9], perché la disposizione ad investire nella prole altrui è resa rara dalla spietata competizione tra geni[10].


Padri e figli

Gli uomini stanno perdendo l'egemonia economica e sociale, e le donne non sono più inchiodate al ruolo di fattrici-allevatrici; la scienza sconvolgerà i termini della riproduzione umana. Un giorno forse non lontano le argomentazioni di questo intervento diverranno obsolete, come il modo stesso di assegnare l'identità con la combinazione nome personale / appartenenza familiare.

Potrebbe però essere ancora presto per stravolgere[11] un meccanismo che pure non brilla per equanimità. Ho però tentato di mostrare la giustificazione di fondo del sistema patrilineare: Mater certa est, pater numquam. Soprattutto è importante tenere a mente che, come spesso accade, il beneficiario apparente potrebbe essere diverso da quello effettivo. Dare al padre sociale questa sorta di contentino è soprattutto nell'interesse dei figli: rafforza un legame familiare che in natura è decisamente più tenue che non quello con la madre[12], ma del quale essi hanno bisogno.


Bibliografia

Per una sintetica presentazione dell'approccio sociobiologico si veda Evoluzionismo: Cenerentola della demografia (e delle scienze sociali?). Il libro più comodo da consultare, divulgativo e di piacevole lettura (ma serio nonostante un titolo italiano francamente kitsch) è: Alan S.Miller e Satoshi Kanazawa. Perché agli uomini piacciono le curve & le donne adorano i diamanti. Piemme, Casale Monferrato (AL), 2007. Per approfondimenti se ne veda la vasta bibliografia; segnalo inoltre i libri di Dawkins, ad iniziare da Il gene egoista, che è stato tra i testi capostipite della disciplina.


 


[1]           In questo senso anche la Corte di Cassazione: Sezione prima civile, ordinanza 26 febbraio/17 luglio 2004, n. 13298 (“Quanto al cognome dei figli legittimi, se l’assunzione di quello paterno si configurava nella vigenza delle disposizioni codicistiche tanto aderente al modello tradizionale di famiglia incentrato sull’autorità del marito/padre, da far apparire superflua una specifica previsione normativa, nel sistema delineato dalla legge di riforma del 1975, ampiamente ispirata a principi di parità e di pari dignità tra i coniugi, la mancanza di una norma espressa appare assai meno giustificata, e può trovare ragione soltanto nella forza di radicati condizionamenti culturali in ordine alla differenza di ruoli e di poteri all’interno del nucleo familiare, che hanno consentito di privilegiare da tempo immemorabile anche in sede ereditaria la linea maschile attraverso il perpetuarsi del cognome paterno.”, da http://www.abusi.it/anche_al_figlio_il_cognome_della.htm); una Convenzione internazionale (Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979, ratificata in Italia con legge 132/85, all’articolo 16); la Corte Costituzionale (famiglia/sent_0612006.pdf">sentenza n. 61 del 2006 “a distanza di diciotto anni dalle decisioni in precedenza richiamate, non può non rimarcarsi che l'attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia... e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna".”: cfr. ad es. famiglia/index.html">http://www.associazionedeicostituzionalisti.it/cronache/giurisprudenza_costituzionale/famiglia/index.html, e due raccomandazioni (la 1271 del 1995 e la 1362 del 1998) del Consiglio d’Europa.

.

[2]          “Poliginia”, a rigore (un uomo / molte donne). Per i maschi di molte specie il successo riproduttivo è quindi correlato al numero di partner, mentre per le femmine non è così; l'assenza di fatto di un massimo di fecondità premia inoltre la propensione al rischio maschile: questo può spiegare molte differenze di atteggiamento per quanto concerne la sfera sessuale e familiare.

[3]          Anche sociali, per esempio potere e prestigio.

[4]         Per illustrare meglio questo passaggio (si veda altrimenti il Miller-Kanazawa cap.4 con i relativi riferimenti bibliografici) ipotizziamo,  con approssimazione sufficientemente accettabile specie se ci riferiamo al passato ancestrale:

1.      la sopravvivenza della prole è direttamente legata alla ricchezza del padre;

2.      i beni del marito vengono divisi pariteticamente tra le mogli;

3.      tutto il reddito viene diviso;

4.      c’è un uomo di reddito 100 (l’esempio tiene anche dal punto di vista patrimoniale) mentre tutti gli altri guadagnano 10.

Le donne che sceglieranno di dividere tra loro l’uomo più ricco avranno maggiori risorse di quelle monogame finché saranno meno di dieci; si noti che questo implica anche che le donne avranno una maturità sessuale più precoce dei maschi, che in gioventù devono accumulare ricchezze. Per quale motivo la poliginia è sfavorevole alla maggioranza dei maschi? Semplicemente perché accentua il divario tra “vincenti” e “perdenti” nel gioco della riproduzione: i figli prodotti saranno gli stessi che in regime monogamico, ma con una distribuzione assai più sperequata che avvantaggia pochi (i più attraenti) e danneggia i più; viceversa per le donne: la monogamia favorisce le più attraenti, ma svantaggia le altre se la maggior parte degli uomini è molto povera. Ovvio sottolineare come la poliginia accentui caratteristiche poco gradevoli (l’avidità per ricchezza e potere, violenza, competitività, rapporti ineguali tra i sessi) mentre la monogamia tende a cementare un rapporto di fiducia e cooperazione nelle coppie.

[5]          Secondo la sociobiologia vi è un'estesa componente innata nei comportamenti anche apparentemente sofisticati.

[6]         Può effettuare solo un numero limitato di tentativi in un arco relativamente breve di tempo, ed essere abbandonata con l'onere dell'allevamento della progenie.

[7]         Percepito tramite l'attrazione sessuale.

[8]        “... si stima che nelle società industrializzate contemporanee l'incidenza di uomini che investono inconsapevolmente nella discendenza di un altro uomo sia considerevole (fra il 10 e il 30%), benché di recente un esame esaustivo abbia indicato che fra le popolazioni occidentali l'incidenza sarebbe in realtà molto più bassa, intorno al 4%” (Miller-Kanazawa, p.147).

[9]         Vi sono analogie con la strategia riproduttiva del cuculo.

[10]          Una difesa è la gelosia, che viene quindi ad assumere un significato lievemente diverso per i due sessi. Altra possibile tattica (preventiva, stavolta) è quella dell'attenta valutazione del partner: in ogni occasione per la femmina, e prima di un investimento coniugale a lungo termine per il maschio.

[11]         Meglio nel caso ritoccare, per esempio unendo – come si sta pensando di fare – i due cognomi; ma in ogni caso il senso paterno può risultarne intaccato.

[12]         Agiscono qui non solo l'incertezza della paternità, ma anche il sacrificio della possibilità di generare nuovi figli a causa dell'investimento nella prole già esistente.




Riferimenti web:
  1. Abusi. Anche al figlio il cognome della madre, perché no? http://www.abusi.it/anche_al_figlio_il_cognome_della.htm
  2. Altalex. Figlio naturale: resta il cognome materno se il riconoscimento del padre è tardivo. http://www.altalex.com/index.php?idnot=10516
  3. Altalex. Acquisto automatico del cognome del padre legittime le norme del codice civile. http://www.altalex.com/index.php?idnot=10371
  4. Cognome Materno. La madre, il cognome materno, il cambio di cognome. http://www.cognomematerno.it/Luca Lazzaro «Tempi maturi per il cognome materno ai figli». Corriere della Sera, 28 luglio 2004. http://archiviostorico.corriere.it/2004/luglio/28/Tempi_maturi_per_cognome_materno_co_9_040728025.shtml
  5. Radio 24. Parliamo con l’Elefante. Dibattito sulla riforma di legge sul cognome. http://www.radio24.ilsole24ore.com/player/player.php?filename=090529-parliamo-con-elefante.mp3



* Università di Torino



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3 commenti
Mi dispiace ma non ho avuto cuore di leggere l'aerticolo. Ma ciò che posso dire è che questo è un falso problema. A volte qualcuno ha ambito ad acquistare il cognome del consorte, altre volte, oggi di più, si vorrebbe imporre il proprio. La guerra è di ceto, in cui il matrimonio e la nascita della prole si pone come momento di incontro-scontro di classe. Qualcosa del genere al medioevale mundio. Sarebbero opportuni i patti prematrimoniali.
inserito da eudemio il 27/09/2009 - 18:46:39
Ringrazio per questa doppia osservazione, che mi consente di chiarire alcune questioni importanti. Anzitutto: è vero che l’esistenza del test di paternità (immagino il termine “dna” si riferisse a questo, e non alla donazione di gameti) ne inficia l’incertezza. Anche se in realtà l’esame viene effettuato solo per un’estrema minoranza di neonati, ha sicuramente la potenzialità di ribaltare i termini della questione dell’identificazione del padre. Attenzione però: il punto non è questo. Per quanto riguarda il presunto minor attaccamento ai figli da parte degli uomini, quel che conta è che per millenni (milioni di anni se prendiamo in esame la storia evolutiva dei mammiferi, volendoci limitare a questi) la madre sia stata l’unico genitore certo. Ciò implica che l’investimento parentale più premiato sia stato quello femminile: l’amore materno ha pertanto avuto modo di cristallizzarsi maggiormente nei comportamenti rispetto a quello dei maschi, più impegnati a diffondere ai quattro venti il proprio corredo cromosomico. Gli istinti non sono progettati a tavolino: rappresentano semplicemente il risultato della forza cieca dell’evoluzione; sono cioè modellati da quella che i demografi chiamano la “riproduzione netta” (sintesi di fecondità e sopravvivenza), in un processo graduale che ricorda quello che le rocce subiscono ad opera degli elementi atmosferici. Un cambiamento di circostanze esterne può spiazzare questi adattamenti, con conseguenze anche rovinose per gli individui che ne sono portatori. Soprattutto, perché se ne diffondano varianti differenti occorrono tempi solitamente molto lunghi, apprezzabili nell’arco di molte generazioni. Ecco perché sono così radicati comportamenti oggi anti-adattivi, quali: la predisposizione ad un’alimentazione iper-calorica; un maggior timore di ragni, scorpioni e serpenti che di insidie peggiori quali traffico e prese elettriche; prevalenza dell’inefficiente (in tempi di controllo delle nascite) spinta sessuale sul desiderio di avere molti figli; poca inibizione di fronte a abitudini quali fumo, alcool, droghe o guida pericolosa, che non hanno avuto molto tempo per essere selezionate negativamente. Se l’ambiente restasse immutato alle condizioni odierne, lentamente si diffonderebbero atteggiamenti più favorevoli alla massimizzazione della riproduzione netta in queste circostanze: morigeratezza nell’alimentarsi, aggiornamento della classificazione dei rischi quotidiani nei confronti delle quali far scattare un allarme istintivo, maggior istinto genitoriale, scarsa propensione a stili di vita inutilmente rischiosi, specialmente per quanto riguarda le età giovanili. Questo perché l’umanità del futuro discenderà da chi avrà fatto un più elevato numero di figli, sopravvivendo fino alla loro procreazione e possibilmente un congruo numero di anni supplementare per accompagnarne la maturazione sino all’indipendenza. Salvo sorprese sul fronte dell’ingegneria genetica, dovrebbero quindi averne anche ereditato il materiale cromosomico. Tre caveat fondamentali: 1. il discorso riguarda la componente innata dei comportamenti, che ritengo rilevante; non è tuttavia semplice orientarsi nell’intrico di relazioni tra questa e gli influssi ambientali, della cultura in particolare 2. anche contasse solo la pura componente genetica (e non è così), siamo molto lontani da un semplice determinismo: i geni in questione sono molti, e ancor più numerose le loro interrelazioni, spesso assai complesse. Si pensi al ruolo del caso, a cominciare dal fatto che la metà del patrimonio genetico del genitore viene scartata nella ricombinazione meiotica; ai caratteri dominanti, codominanti e recessivi; ai fenomeni dell’epistasi, pleiotropia ed eredità multi-genica; all’accensione ed allo spegnimento dei geni (organismi diversi come il bruco e la farfalla hanno il medesimo DNA) 3. di conseguenza, il discorso vale solo in tendenza; nello specifico, tra maschi e femmine della nostra specie un’elevata dispersione statistica e la sovrapposizione tra i due gruppi rende arduo applicare il ragionamento ai singoli individui, anche se le differenze in media rispetto ai comportamenti possono esistere: un esempio semplice è lo scarto di altezza tra uomini e donne. Concludo rispondendo alla seconda osservazione. Concordando ed anzi rilanciando. Il punto di vista è più che arcaico: primordiale. A bella posta, dal momento che sono convinto che sia estremamente imprudente rifiutarsi di prendere in considerazione, accanto alla cultura, anche la natura umana. Questo, anche fosse in nome di un meritorio tentativo di migliorare l’umanità rappresentandola come si vorrebbe fosse e non quale essa è di fatto: ciò che viene cacciato dalla porta infatti rientra di solito (magari con gli interessi) dalla finestra. Non intendo certo sostenere che ciò che è naturale sia buono, anzi; ma tantomeno possiamo pensare che ciò che reputiamo buono debba solo per questo motivo essere vero. Come molti pensatori materialistici – da Leopardi a Dawkins, passando per J.S.Mill, Darwin, Freud e Monod – hanno messo in rilievo, la natura ha costellato la vita di sofferenze ed ingiustizie (soprassediamo ora sulla questione di quanto il nostro stesso senso di giustizia, non diversamente dalla capacità di soffrire, sia dovuto ai geni): ma il miglior mezzo non solo per adeguarsi ma anche, nel caso, per lottare contro questo stato di cose è comprenderlo nei suoi presupposti ed implicazioni, anche i meno gradevoli.
inserito dall'autore: Andrea Furcht il 01/09/2009 - 14:20:24
Nonostante l'apparente spregiudicatezza, mi sembra che le argomentazioni di questo intervento siano fin da ora obsolete: in primo luogo non è più vero che mater semper certa est et pater numquam (e il dna?), in secondo luogo hanno come base una visione arcaica dei rapporti di genere, non più corrispondente alla realtà di oggi, almeno nei paesi occidentali.
inserito da Anna Laura Zanatta il 26/07/2009 - 18:13:54

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