30 luglio 2010

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Pubblicato il 15/07/2009 La solitudine delle famiglie italiane(*) Alessandro Rosina* & Daniela Del Boca**

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Più che altrove le famiglie italiane sono sole: sono meno aiutate dalle politiche sociali, e quindi più sovraccariche di responsabilità nei confronti dei propri membri più deboli, e spesso sono anche maggiormente indotte a fare un passo indietro rispetto a importanti scelte di vita. È, del resto, un dato di fatto ampiamente riconosciuto che siamo uno dei paesi avanzati con sistema di welfare più obsoleto, meno in grado cioè di proteggere dai rischi e di promuovere scelte virtuose nella popolazione. Non a caso ci troviamo con occupazione giovanile tra le più basse e una delle peggiori combinazioni nell’area Ocse tra fecondità e partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Lavoro femminile come risposta all’invecchiamento La persistente denatalità dell’ultimo quarto di secolo ci ha resi uno dei paesi con più accentuato invecchiamento al mondo. Siamo però anche meno attrezzati a rispondere alle sfide che tale processo pone, proprio per la fragilità del nostro sistema di welfare e la bassa occupazione di giovani e donne. Svezia e Francia, ad esempio, hanno livelli di longevità simili ai nostri. Il cruciale rapporto tra anziani inattivi e occupati è però notevolmente peggiore nel nostro paese: 50 contro 100, mentre la media dell'Unione Europea a 15 è di 38 contro 100. La causa è la nostra più bassa fecondità, che rende più pesante il numeratore, unita alla minor partecipazione femminile al mercato del lavoro, che rende meno corposo il denominatore. Questo significa che le famiglie italiane, già tradizionalmente sole, si trovano con un crescente aumento della domanda di cura e assistenza dei propri membri anziani non autosufficienti. E che la spesa per protezione sociale, già ora molto squilibrata, è destinata a essere ancor più sbilanciata verso pensioni e sanità. È ampiamente riconosciuto che una delle risposte principali all’invecchiamento della popolazione passa attraverso l’aumento dell’occupazione femminile, indispensabile per rendere più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche da un lato, e più solido il benessere economico delle famiglie, dall’altro. Ma proprio la combinazione tra accentuato invecchiamento e gravi carenze del sistema di welfare pubblico rischia di comprimere la partecipazione femminile al mercato del lavoro (1). Le badanti come risposta alle carenze del sistema di welfare L’indagine Galca, Gender Analyses and Long Term Care Assistance, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dalla Commissione europea e coordinato dalla Fondazione Giacomo Brodolini (www.fondazionebrodolini.it/), ha confrontato Italia, Danimarca e Irlanda, analizzando costi, strutture e responsabilità familiari. Nei primi due paesi, più del 90 per cento degli anziani viene assistito a domicilio o in appartamenti attrezzati, mentre l’Irlanda registra una quota di assistiti in “istituti” – case di riposo o residenze sanitarie – superiore al 20 per cento. Quando l’assistenza è a domicilio, però, in Italia è quasi esclusivamente un familiare, prevalentemente donna, che si fa carico degli anziani, mentre in Danimarca è il servizio pubblico. I dati confermano come nel nostro paese il peso dell’assistenza alla popolazione che invecchia ricada quasi per intero sulla famiglia, o meglio sulle donne, e in particolare sulla generazione delle figlie adulte. Queste ultime si avvalgono sempre più dei servizi delle immigrate. In Italia troviamo infatti il maggior numero di lavoratori stranieri impegnati in quelli che statisticamente vengono chiamati “servizi alle famiglie”: il 10,8 per cento del totale, contro l’1,2 per cento del Regno Unito e l’1,9 per cento degli Stati Uniti. Secondo stime prudenti, le sole badanti (escluse le colf) sono complessivamente 700mila, delle quali almeno 300mila senza permesso di soggiorno (dati Irs, www.qualificare.info). Va detto che larga parte degli stranieri che lavorano nel nostro paese, a causa dei vincoli della legge vigente, si trova comunque in Italia in condizione irregolare (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001178.html). La successiva regolarizzazione per chi trova un impiego presso una famiglia non è però né semplice e né scontata. Una condizione che rimane quindi problematica e instabile, a svantaggio di tutti. Molte famiglie si trovano da un lato con un problema apparentemente risolto, ovvero con una persona che svolge l’attività di cura necessaria, ma dall’altro con un nuovo problema, ovvero la lunga e complicata procedura per sanare la situazione di irregolarità della colf o badante attraverso la lotteria del decreto flussi che fissa quote limitate. Ora, il Ddl sicurezza rende le cose, se possibile, ancora più dolorose e complicate con la norma che considera reato, e quindi punisce severamente. l’ingresso e il soggiorno illegale degli stranieri. A perderci sarà la parte più virtuosa dell’immigrazione, le famiglie italiane con maggior necessità di assistenza, ma anche il sistema paese nel suo complesso. Supponiamo infatti che i cittadini italiani decidano di osservare rigorosamente la nuova legge. In tal caso, crollerebbe il sistema di welfare informale e precipiterebbe ulteriormente l’occupazione femminile. Un disastro, tanto più in una fase di recessione come l’attuale. Una delle tante conferme che lo Stato italiano è poco attento ai veri problemi delle famiglie: non solo le abbandona sostanzialmente a se stesse e tarda a mettere in campo quelle riforme strutturali al sistema di welfare che consentirebbero al paese di crescere di più e ai singoli di vivere meglio, ma rende anche più difficile e complicato il ricorso alle risposte che le famiglie tentano, con difficoltà, di darsi da sole. (1) Per una analisi approfondita vedi Daniela del Boca e Alessandro Rosina Famiglie Sole. Sopravvivere con un welfare inefficiente, Il Mulino 2009. (*) Articolo presente anche su www.lavoce.info * Università Cattolica di Milano ** Università di Torino
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Mi ha colpito questo articolo per la chiarezza e i dati riportati. Concordo con gli autori che abbiamo un welfare non al passo dei tempi, occorre una struttura snella e rapida che sappia ascoltare i venti che cambiano della società, attivando risposte adeguate all'aumento delle domande. La bassa natalità, i giovani senza lavoro, e la popolazione che diventa sempre più anziana è il segnale di un disagio che continua a mietere immobilismo e disagi sociali. La famiglia è sola, non da pochi anni, ma , il problema importante è quello che lo Stato investe erroneamente su altri progetti e non sull'Istituto famigliare, compreso i giovani che sono impediti a realizzare nuove famiglie per il welfare che non funziona come dovrebbe. Ci vorrebbe una politica autorevole e garantista sulle politiche famigliari, a tutt'oggi poco è stato fatto. Se i giovani avessero un posto di lavoro, una casa con il sostegno dello Stato e con premi, benefit reali per coloro che intendono fare figli, il tessuto sociale ne gioverebbe insieme allo Stato, ma questo non avviene nel nostro Paese, rispetto ad altri Paesi Europei che fanno una politica attenta sulla Famiglia, mettendola al primo posto in agenda politica. E' ingiusto anche che la donna casalinga non venga riconosciuta ufficialmente e finanziariamente per l'attività che svolge ogni giorno, rispetto all'attività di una colf, la casalinga lavora di più senza ricevere i giusti contributi finanziari, al fine di livellare con il partner la disuguaglianza attualmente esistente. Solo l'istituto delle pari opportunità deve far sentire con concretezza questo disagio tutto al femminile per riequilibrare gli aghi della bilancia familiare. Quello che voglio dire, è che non c'è oggi quella volontà, sostenuta anche dall'attuale Costituzione Italiana, ma molto ignorata dai legislatori e conducenti di governi, presi da altre faccende politiche. Si può chiedere a qualsiasi economista se è giusto che in Italia esiste una evasione gigantesca, alcuni affermano oltre 200 miliardi di euro l'anno, si fà poco, o niente per eliminarla. Occorre una cultura emancipata e non personalista; i problemi della società Italiana sono enormi, sappiamo anche che sta nascendo un enorme divario tra ricchi e poveri che ogni anno si accorcia per un futuro scontro sociale che può essere solo scongiurato sedendosi ai tavoli della politica sociale del "bene comune" dove ciascuno deve mettere la propria parte per rialzare le sorti del Paese. Quando si parla di Europa, si evidenzia sempre di più di stare alla finestra e veder passare tanti treni sotto casa e non prenderne uno. Occasioni mancate, sciupate nel tempo. e come la mettiamo con le famiglie monogenitoriali con a capo una casalinga, senza reddito mensile e sostegno finanziario adeguato? Senz'altro si arresta il processo di crescita del nucleo famigliare superstite, anche se chiedono di lavorare le mamme, la società imprenditoriale le esclude e lo Stato è incapace di generare nuove direttie, leggi e norme per tutelare questa categoria sfortunata. Ritengo che, la famiglia è un bene sociale, unico ricambio generazionale, anche in questo la Costituzione Italiana indica l'azione ma poco attenta a metterla in pratica. E' importante che l'attuale welfare sia rinnovato, realizzando una scaletta di priorità, ai primi punti: giovani e famiglia per non arrestare il processo democratico di crescita del Paese. Saranno capaci lo Stato e il Governo ad invertire l'attuale tendenza in negativo delle crisi famigliari. Solo in Italia sono circa 160.000 le separazioni coniugali a fronte di attuali leggi blande, a volte inefficaci che colpiscono il modello della famiglia nucleare e danni ai figli. Noi auguriamo che si inizi a cambiare, a rivedere con il legislatore nuove azioni di tutela e continuità del modello familiare, continuando a vederlo come bene sociale di ricambio generazionale. Michele Citarella, Presidente dell' Adusa.
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Mi sono trovata in mezzo ad una burocrazia incredibile per poter ottenere i diritti spettanti ,quando mi sono stati concessi l'assistenza era stata gia erogata con notevoli sacrifici da parte della famiglia. Bisognerebbe snellire le procedure.
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buona lettura
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