Username
Password
© Massimo Vitali Guggenheim Collection NY
     30 luglio 2010




Pubblicato il 30/07/2008
Culle vuote in Italia. Segnali di ripresa? (*)
Marcantonio Caltabiano*

Invia ad un amico Apri la versione stampabile della notizia

Da oltre vent’anni, in Italia nascono pochi bambini. Oggi, tuttavia, il quadro non è più del tutto negativo. Esaminando i dati nascita delle nascite per l’anno 2006 pubblicati dall’Istat (http://demo.istat.it/altridati/IscrittiNascita/ anno 2006) si notano i primi segni di arresto del calo delle nascite, se non di ripresa. Si nota anche che l’andamento complessivo della fecondità in Italia è frutto della combinazione di due trend ben diversi nelle regioni del Centro-Nord e del Mezzogiorno: nelle prime, emergono alcuni segni di ripresa, mentre al Sud la discesa continua.

Ma non è tanto l’esame del numero di nati in un certo anno a far pensare ad un arresto della tendenza negativa precedente: anzi, questo dato può creare false aspettative di ripresa (cfr. Alessandro Rosina, l’anno del baby boom mancato).

E' invece la ricostruzione della fecondità per generazione di donne a indurre a un cauto ottimismo.

 

Il Centro-Nord

È sufficiente osservare l’andamento dei tassi di fecondità specifici per età (ovvero il numero medio di nati da mille donne della stessa età) in alcune generazioni di donne per avere conferma del cambiamento di tendenza: la figura 1, ad esempio, mostra i dati della Lombardia per le donne nate nel periodo 1950-1985.

Ricordando che, graficamente, il numero medio di figli per donna corrisponde all’area sotto ciascuna delle curve, le vicende della fecondità negli ultimi cinquant’anni nelle regioni del Centro-Nord possono essere riassunte in tre momenti:

(1) una notevole diminuzione tra le donne nate nel 1950 e quelle nate nel 1960;

(2) un considerevole rinvio delle nascite alle età oltre i 30 anni tra la generazione del 1960 e quella del 1970 (la cui storia feconda non si è ancora conclusa, e per tale motivo la linea corrispondente si ferma a 36 anni), con un numero complessivo di figli per donna che alla fine sarà non troppo dissimile tra le due generazioni, probabilmente solo di poco inferiore per quella del 1970;

ingrandisci fig.1_fecondita_caltabiano.jpg

(3) una tendenziale stabilizzazione dei livelli di fecondità su quelli della generazione del 1970 per le donne nate tra il 1975 e il 1985: come si vede dalla figura 1, infatti, le linee delle ultime quattro generazioni sono le une vicine alle altre. Non è possibile sapere come si comporteranno queste ultime generazioni di donne nel resto della loro vita riproduttiva. Tuttavia, è realistico immaginare che non si scosteranno molto dalle loro sorelle maggiori nate nel 1970, il cui numero medio di figli messi al mondo sarà molto probabilmente compreso tra 1,4 e 1,5.

Tale previsione potrà realizzarsi più facilmente in presenza di un contesto sociale che permetta alle giovani donne di conciliare più agevolmente maternità e lavoro, come è già avvenuto in quei paesi europei dove la fecondità si è stabilizzata o ha ripreso a crescere.



Il Sud

ingrandisci fig.2_fecondita_caltabiano.jpgLa situazione è ben diversa al Sud, a rappresentare il quale si è qui scelta la Campania, nella fig. 2. Qui la fecondità è diminuita ininterrottamente da una generazione all’altra, fino a toccare un minimo storico per le donne nate negli anni ’80, i cui tassi di fecondità tra 15 e 25 anni sono dimezzati rispetto a quelli delle loro madri, nate prevalentemente negli anni '50. Inoltre il recupero delle nascite rinviate dopo i trent’anni è iniziato in ritardo rispetto al Nord: le donne nate nel 1970 mostrano solo deboli segni di questo processo, che si accentua di poco nelle generazioni successive.

Mancando del tutto i segnali di ripresa visibili nel resto d’Italia, non è fuor di luogo parlare di debolezza demografica del Sud [1]. Qui, come mostrano le recenti previsioni di popolazione pubblicate dall’Istat (http://demo.istat.it/), nel prossimo trentennio l'invecchiamento della popolazione sarà rapido, accentuato anche dalla limitata capacità dell'area di attrarre immigrati e dal non trascurabile flusso emigratorio verso le regioni del Centro-Nord. (cfr. Massimo Livi Bacci - Ma c'è davvero una ripresa delle migrazioni sud-nord?)

 

 

Non è solo la fecondità delle straniere

Il recupero di fecondità nelle regioni del Centro-Nord potrebbe però essere legato soprattutto ai recenti processi immigratori di giovani donne straniere, i cui figli nascono in Italia. In parte sì, ma la spiegazione non è soltanto questa, perché la crescita della fecondità riguarda principalmente le età dopo i trent’anni, ovvero una fascia d’età in cui il contributo delle donne straniere è ancora marginale, come mostrano i dati Istat (http://demo.istat.it/altridati/IscrittiNascita/ tab. 2.9 per l’anno 2006).

I dati della tabella qui sotto confermano questa ipotesi. La posticipazione delle nascite è stata notevolissima: la quota percentuale della fecondità totale sperimentata dai trent’anni in poi si è raddoppiata in tutto il centro-nord per le donne nate nel 1965 rispetto alle nate nel 1950. A Sud, invece, nelle stesse generazioni di donne, il cambiamento è stato limitato, ribadendo il ritardo nell’evoluzione dei comportamenti riproduttivi rispetto al resto d’Italia.

Tab.1. Quota percentuale della fecondità totale tra 30 e 49 anni nelle generazioni di donne nate nel 1950 e 1965 per regione.

Regione

1950

1965

Regione

1950

1965

Centro-Nord

Sud

Piemonte

22,1

48,8

Abruzzi

23,3

40,1

Valle d’Aosta

20,5

46,0

Molise

24,5

38,3

Lombardia

25,9

51,7

Campania

29,2

34,5

Trentino Alto Adige

31,3

49,0

Puglia

27,2

36,6

Veneto

25,2

51,6

Basilicata

26,9

37,4

Friuli Venezia Giulia

22,9

50,9

Calabria

27,8

32,9

Liguria

25,9

55,4

Sicilia

27,1

32,9

Emilia Romagna

21,7

50,5

Sardegna

31,6

46,2

Toscana

23,9

50,7

 

 

Umbria

24,5

44,3

 

 

Marche

23,4

46,8

Lazio

25,1

48,2

Italia

25,8

43,8

 

È adesso compito della politica promuovere il recupero di fecondità già in atto al Centro-Nord, con misure in grado di conciliare maternità e lavoro, e soprattutto far partire questo processo anche nel resto d’Italia con misure adeguate, che permettano alle donne residenti nel Mezzogiorno di non dover rinunciare ad un (altro) figlio per poter lavorare.

 

 

(*) L'articolo riprende quanto è scritto in M. Caltabiano (2008) "La chute de la fécondité touche-t-elle à sa fin dans les régions italiennes? Les enseignements d'une approche longitudinale", (“Has the decline of fertility come to an end in the different regions of Italy? New insights from a cohort approach”) Population-F, vol. 63(1): 161-76.

 

[1] Si pensi anche quanto recentemente scritto su Neodemos da G. De Santis http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=211 e A. Rosina http://www.neodemos.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=216.

 


* Dipartimento di Economia, Statistica, Matematica e Sociologia, Università di Messina



© neodemos.it la riproduzione di questo testo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.neodemos.it


0 commenti
Non sono presenti commenti

Nome*
Email*
Paese
Testo*
  
* i campi con l'asterisco sono obbligatori
Apri la versione stampabile della notizia
Invia ad un amico
<< indietro