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     30 luglio 2010




Pubblicato il 08/05/2008
L’Italia nella spirale del “degiovanimento” (*)
Alessandro Rosina*

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Pochi giovani e poco valorizzati
Quando in una popolazione aumenta il peso delle nuove generazioni si parla di “ringiovanimento”. Nel caso di un processo opposto, nel quale la consistenza delle nuove generazioni si riduce, si parla di “invecchiamento”. Tale termine però porta a concentrare più l’attenzione sulla crescita della popolazione anziana e sulle sue implicazioni, e meno invece sulla riduzione della popolazione giovanile.
ingrandisci fig.1_popunder25.jpg Il confronto tra Italia e Francia può essere illuminante in questo senso. La longevità nei due paesi è molto simile, del tutto comparabili sono i livelli dell’aspettativa media di vita, e analogo è anche l’ammontare della popolazione. La differenza sta tutta nella parte bassa della piramide delle età. Negli ultimi venticinque anni la fecondità francese si è mantenuta su valori poco inferiori ai due figli per donna, soglia che rappresenta il livello di equilibrio nel rapporto generazionale. Nello stesso periodo l’Italia è diventata uno dei paesi con più cronica denatalità al mondo. La conseguenza è che ora rispetto alla Francia contiamo oltre quattro milioni e mezzo di under 25 in meno. Siamo inoltre in Europa lo stato con peso più basso di tale fascia d’età sul totale della popolazione: gli unici scesi sotto quota 25% (Figura 1).


Quello del declino demografico dei giovani è un fenomeno del tutto inedito e del quale il nostro paese è una della punte più avanzate. Un processo che, per analogia con quello della denatalità e per contrapposizione a quello del ringiovanimento, potremmo chiamare “degiovanimento”(1). Il rischio è che al degiovanimento demografico corrisponda anche un degiovanimento sociale, vale a dire una perdita generalizzata di peso e di importanza delle nuove generazioni.



Rapporti generazionali squilibrati

La teoria economica dice che se un bene diventa più raro tende a diventare di conseguenza anche più prezioso, aumenta di valore e viene più ricercato. Stranamente, però, ciò non accade in Italia per il bene “giovani”. I giovani italiani, rispetto ai coetanei europei, contano meno non solo dal punto di vista demografico, ma anche da quello sociale, economico e politico (2). Siamo infatti il paese che nel complesso risulta più squilibrato nei rapporti tra generazioni. C’è, in primis, lo squilibrio nei rapporti quantitativi, che corrisponde anche a un minor peso elettorale per le nuove generazioni. ingrandisci fig.2_spesasoc.jpgMa esiste anche un deficit di presenza dei giovani nella classe dirigente. La maggiore gerontocrazia del mondo politico di cui soffre il nostro Paese è inoltre accentuata da barriere anagrafiche di ingresso nel Parlamento che difficilmente trovano paragoni negli altri paesi occidentali (3). L’occupazione under 25 è poi tra le più basse (la Spagna negli ultimi dieci anni ci ha superati) e la disoccupazione tra le più elevate.Per chi poi trova lavoro, come dimostrano i dati Istat e della Banca d’Italia, i salari risultano particolarmente bassi ed il divario con quelli dei cinquantenni si è ampliato. Sbilanciata a favore delle generazioni più vecchie è anche la spesa sociale. In tutti gli altri paesi dell’area euro, le pensioni incidono per meno della metà della spesa per protezione sociale, noi invece superiamo il 60%. Se si scorporano le pensioni spendiamo un terzo in meno per tutte le altre voci rispetto alla media europea (Figura 2).


La questione pensionistica è un ulteriore elemento di iniquità nel rapporto tra le generazioni: come ben noto, le riforme previdenziali hanno nel complesso addossato la maggior parte dei costi dell’invecchiamento sulle nuove generazioni (4). E, dulcis in fundo, la più odiosa delle iniquità nei rapporti intergenerazionali: il debito pubblico. Nel 2007 l’indebitamento italiano è stato l’unico dell’area euro a trovarsi sopra il Pil, mentre in tutti gli altri grandi paesi europei non oltrepassa il 65%. Un debito che, come sottolineano Boeri e Galasso (5), è servito alla generazione dei padri per salvaguardare il proprio benessere e che ora brucia risorse che potrebbero essere destinate a rendere meno squilibrata la spesa per protezione sociale verso le nuove generazioni.

Il nuovo governo Berlusconi si è dato il compito di far rialzare l’Italia. Difficilmente però il Paese riuscirà a rimettersi in piedi e a correre come gli altri se prima non ridurrà il macigno del debito pubblico che si porta sulle spalle.



Uscire dalla spirale

La spirale del “degiovanimento” penalizza lo sviluppo e la crescita. Per mantenere competitivo il Paese, alla diminuzione quantitativa delle nuove generazioni si deve rispondere con un aumento qualitativo. La strada è semplice, si deve invertire completamente la rotta. Ovvero, fare quello che sinora non si è fatto: investire in formazione, in opportunità occupazionali e in protezione sociale. Ma poi, soprattutto, premiare i migliori. L’Italia dei prossimi decenni sarà "meno peggio" di quella presente solo se avremo figli mediamente più bravi dei padri e consentiremo ai più capaci di arrivare ai posti più importanti e prestigiosi. In caso contrario, al di là di qualsiasi barriera protezionistica verso l’esterno, il declino è assicurato.



Note


(2) A. Rosina, “2008, Perché non scoppia la rivoluzione giovanile?”, «il Mulino», 2/2008; M. Livi Bacci, G. De Santis, “Le prerogative perdute dei giovani”, «il Mulino» 3/2007.

(3) F. Billari, Il blocco generazionale della politica italiana, «il Mulino», 5/2007.

(4) Si veda ad esempio: V. Galasso, “L’eredità previdenziale”, www.lavoce.info.

(5) T. Boeri, V. Galasso, Contro i giovani. Come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni, Mondadori, 2007.


(*) Presente anche su www.lavoce.info


* Università Cattolica di Milano



© neodemos.it la riproduzione di questo testo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.neodemos.it


1 commenti
Ho letto con grande interesse l’articolo del Prof. Rosina e, pur condividone pienamente le conclusioni vorrei comunicare alcune riflessioni personali relative alle azioni proposte nelle conclusioni. Riguardo alla necessità di investire in formazione credo sia necessario chiedersi: quale tipo di formazione? Se i soggetti docenti restano solo quelli attuali quali ad esempio le Università, presidiati in gran parte da “non più giovani” ritengo vi sia un forte rischio di scarso spirito innovativo. Per renderlo minimo è necessario eseguire una profonda analisi delle esigenze formative presenti nella Società, non ho detto Mercato volutamente perché lo ritengo limitativo, sulle quali basare una progettazione dei percorsi che definisca i contenuti e le modalità di erogazione, individui sia le conoscenze che i formatori debbano possedere che le migliori metodiche per trasferirle, i criteri di validazione del percorso formativo ed il feedback successivo per misurare i risultati nel medio e lungo termine. Anche sull’affermazione premiare i migliori l’accordo è pieno ma dobbiamo anche chiarire quali siano i criteri e le modalità per decidere chi sia meritevole del premio e chi il soggetto che lo assegna. Il problema maggiore resta la difficoltà di definire criteri oggettivi. Dovessero restare soltanto criteri soggettivi lasciando la decisione di chi debba essere premiato a giudizi personali, ho il dubbio che difficilmente questo ruolo sfuggirebbe di mano a chi, come me purtroppo, è ultra cinquantenne. La soggettività inoltre porta inevitabilmente a casi in cui il giudizio si basi più sull’appartenenza a gruppi che alla capacità del singolo. Infine, per investire in opportunità occupazionali è necessario ricercare e sviluppare risposte in grado di soddisfare i bisogni presenti nella Società e aiutare chi abbia spirito di intraprendere per creare e distribuire valore. Concludo con un’ultima considerazione. La storia mostra raramente che gli anziani facciano un passo indietro e lascino spazio alle nuove generazione spontaneamente, più frequente è il caso in cui sono quest’ultime che, con la forza delle idee nuove e della passione, scalzano i primi. Per questo è bene che i giovani non trascorrino il loro tempo unicamente in attesa di premi e riconoscimenti ma cerchino con forza la loro strada fidando delle loro capacità. Sarà utile per loro ma anche per noi che, spinti dalla loro azione e da una sana competizione, potremo rinnovare il nostro entusiasmo e fornire ancora un contributo per crescere insieme.
inserito da Claudio Tasselli il 24/05/2008 - 19:45:07

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