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     30 luglio 2010




Pubblicato il 21/02/2008
Sartori, i demografi, la sovrappopolazione
Andrea Furcht*

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Un editoriale estivo di Giovanni Sartori ha riportato l’attenzione sulla questione della sovrappopolazione. Vi si sostiene, tra l’altro che “i demografi (assieme a molti economisti) vogliono sempre più bambini per alimentare le pensioni. Si può essere più irresponsabili e dissennati di così?”.

Si tratta di una critica fondata? In effetti i richiami dei demografi, almeno di quelli italiani, sono a sostegno di una fecondità che in Italia è su livelli estremamente bassi, per quanto in lieve ripresa; da decenni silenzio o quasi, invece, sulla sovrappopolazione mondiale. Le voci che si fanno sentire sono poche, agguerrite ma isolate: tra questi soprattutto Ronchey, De Marchi e appunto Sartori.

 

Un dibattito secolare

La discussione sulla sovrappopolazione è una delle più antiche e tuttora controverse in demografia. È possibile qui richiamarla solo per brevi cenni:

· i “restrizionisti” sono coloro i quali pensano che la crescita della popolazione sia un male. Costoro si rifanno soprattutto alla scarsità di risorse, in particolar modo ambientali. Filosoficamente, si unisce sovente all’utilitarismo (perseguire la maggiore felicità per il maggior numero)

· i “popolazionisti” sono invece stati spinti da motivazioni diverse: sostegno alla forza militare o economica di una nazione, imperativi morali di matrice religiosa, ottimismo riguardo l'adattabilità delle civiltà umane specie attraverso l’avanzamento tecnico.

 

I "popolazionisti", però tralasciano normalmente di considerare alcuni aspetti importanti, quali ad esempio:

  1. punto di vista dinamico: gli inconvenienti non derivano solo dall’ammontare della popolazione, ma anche dal ritmo del suo aumento;
  2. aumento della violenza: può essere in pericolo la pacifica convivenza tra le nazioni (e all’interno di esse), spinte al conflitto non solo dalla competizione per le risorse bensì anche dall'aggressività indotta da un'alta densità e dalla presenza di numerosi giovani maschi, per di più disoccupati;
  3. principio di precauzione: dovrebbe valere anche per un cambiamento demografico così vorticoso e privo di precedenti storici;
  4. separatezza di ottica locale e planetaria: perché non si può affermare che la popolazione mondiale è eccessiva, e insieme auspicar maggior fecondità in certe aree? Questo per attenuare gli inconvenienti sulla struttura per età di un troppo brusco declino, se non anche per controbilanciare parzialmente il crescente squilibrio nella distribuzione geografica della popolazione mondiale;
  5. ruolo delle migrazioni internazionali: è immediato considerarle un sano movimento di compensazione, senza necessariamente essere fautori del laissez-faire. Posizione plausibile in astratto, ma piena di controindicazioni, se le migrazioni avvengono su scala massiccia, specialmente nella presente situazione di tensione internazionale. Vale anche qui, inoltre, quanto detto a proposito dei pericoli dei mutamenti troppo rapidi;
  6. restrizionismo senza catastrofismo: per auspicare il contenimento della popolazione mondiale non occorre sposare la tesi del disastro imminente. Si può benissimo auspicare un certo quadro demografico (di minor crescita, in questo caso) quand'anche questo si contrapponga non al tracollo, ma semplicemente ad una situazione meno favorevole. Non occorre venire al mondo tutti insieme: se per vivere meglio (e più a lungo) è opportuno prendere il nostro numerino e aspettare qualche generazione, perché non farlo?


Perché i demografi ne parlano poco?

Essere troppo competenti su un tema può talvolta rivelarsi pericoloso, perché la padronanza della tecnica, associata a una profonda conoscenza di alcuni aspetti specifici, rischia di far perdere di vista i problemi più generali.

ingrandisci fig.1_sartori.jpg Inoltre, vi è forse la diffusa convinzione che, poiché la fecondità è ormai in calo in quasi tutto il mondo, il problema della sovrappopolazione si stia risolvendo da solo. Questo ragionamento dimentica però che la crescita della popolazione, una volta innestata, si ferma solo lentamente (è la cosiddetta inerzia demografica). Infatti, le Nazioni Unite, nel loro ultimo World Development Prospects, del 2006 (http://www.un.org/esa/population/publications/wpp2006/wpp2006.htm) prevedono che la popolazione mondiale smetterà di crescere verso il 2060, ma dopo aver raggiunto quota 9,3 miliardi di persone, contro i 2,5 miliardi del 1950 e i circa 6,5 miliardi attuali (fig. 1).

Gli specialisti nostrani sono poi portati a concentrarsi sulla situazione italiana, dove i mutamenti più rilevanti sono, oltre alle immigrazioni dall'estero, l'invecchiamento e il basso livello della natalità, non l'aumento della popolazione. Esiste una sorta di incentivo intrinseco a metter l'accento sui pericoli (quelli controllabili in particolare): e quindi è più gratificante lanciare l'allarme denatalità che rasserenare gli animi dicendo “Su questo fronte tutto bene, ci stiamo comportando al meglio”.

Vi possono poi essere ragioni di altro tipo, che potremmo chiamare "morali". Da una parte, puntare il dito contro l'eccessivo accrescimento demografico, da frenare con il controllo delle nascite, può sembrare un'implicita sconfessione di convincimenti morali o religiosi. Dall'altra, la crescita demografica, che si manifesta ormai solo nei paesi in via di sviluppo, sarebbe, secondo alcuni, la conseguenza del (recente) passato neocoloniale, di cui gli stessi paesi in via di sviluppo sarebbero i primi a soffrire. Per chi condivide questo punto di vista, denunciarla ora pare un modo di addossare la colpa alla vittima.

Ma forse è giunta l'ora di superare questo e altri schemi mentali, e guardare in faccia la realtà: la crescita della popolazione che è in atto continuerà ancora per un cinquantennio, e metterà seriamente in discussione il nostro modo di vivere. Parlarne può aiutare nella ricerca di una soluzione.


 

* (www.furcht.it/andrea.htm)


* Università di Torino



© neodemos.it la riproduzione di questo testo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.neodemos.it


4 commenti
Risposta dell'autore a Riccardo Simbula: Sicuramente la diminuzione della mortalità infantile è un potente mezzo per vivere di più, in media: salvare la vita ad un bambino significa infatti guadagnare molti decenni di vita altrimenti sprecata; salvarla ad un novantenne è altrettanto degno moralmente, ma gli anni guadagnati saranno molti meno (su questo rimando alle considerazioni svolte in http://www.furcht.it/b-scb.htm, parte 2). Si immagini che questo tempo strappato alla morte sia accumulato in una sorta di “monte anni-vita” da suddividersi poi tra i membri della popolazione quando poi si farà il calcolo della media. Certo, la logica è quella dei polli di Trilussa (http://utenti.quipo.it/base5/poetico/trilussa.htm); ma la statistica è fatta così. Fatto sta che per questo motivo la speranza di vita alla nascita è molto sensibile alla diminuzione della mortalità nei primi anni di età. In questo senso non scriverei “solo”, ché anzi questo tempo aggiunto in gioventù è tra i più godibili nella vita degli individui. Immagino però lei si riferisse alla cosiddetta “morte per vecchiaia”, o perlomeno morte da anziani: • nel primo caso possiamo pensare all’età nella quale muore l’individuo più anziano (età omega, in slang demografico); ma è un’eventualità che riguarda solo un individuo più eventuali fortunati coetanei - anche se non è detto che campare così tanto sia veramente invidiabile • nel secondo caso si ricorre alla longevità: per non entrare nei tecnicismi, possiamo definirla come l’età nella quale si registra il massimo di decessi; in altre parole, l’età alla quale è più probabile morire anziani. Qui le buone notizie ci sono, in quasi tutte le collettività umane; nei decenni più recenti, in particolare nei paesi avanzati, l’avanzare della longevità ha contribuito marcatamente all’aumento della speranza di vita; i progressi nella lotta alla mortalità infantile si sono invece per forza di cose quasi esauriti (sia detto con ottimismo: rimane ben poco da eliminare). Le prospettive future sono piuttosto dibattute: per avere un esempio del dibattito posso indicarle una pagina web (http://www.zadig.it/news2001/sci/0404-1.htm) che, per quanto non particolarmente recente, può dare tuttavia un’idea del fatto di quanto questo tema si collochi in un crinale tra diverse discipline scientifiche.
inserito da Andrea Furcht il 26/02/2008 - 20:39:15
Risposta dell'autore a OPSIRC: Condivido in buona parte lo spirito delle sue osservazioni; mi permetto alcune puntualizzazioni. È vero che nella storia il popolazionismo si è spesso (ma non sempre) accompagnato a militarismo e politiche aggressive: in questo senso è indiscutibile un legame con il nazionalismo. Comprensibile quindi l’accusa di grettezza, e l’appello ad un’azione internazionale (perlomeno ad aver fiducia nei “mezzi politici mondiali”: ma questo è un altro paio di maniche): in effetti la crescita smodata della popolazione è questione le cui conseguenze travalicano i confini dei singoli Stati. È per contro più discutibile che tale legame vi sia anche tra nazionalismo e aumento della popolazione di per sé, visto come puro fenomeno demografico. In senso più indiretto, concordo sul fatto che la sovrappopolazione possa essere un fattore che predispone ai conflitti, e che in certi casi proprio dai conflitti possa essere alimentata – qualora la si vedesse come una sorta di arma puntata contro gruppi ritenuti ostili. Mentre però il popolazionismo è la dottrina che sostiene l’opportunità dell’incremento demografico (per la propria collettività, perlomeno), la crescita in sé è generalmente frutto di altri meccanismi e priva di volontarietà collettiva.
inserito da Andrea Furcht il 26/02/2008 - 20:37:46
Molto comprensibile anche per un ignorante come me. Ps E' propio vero che si vive di piu'? Non è che è solo l'effetto della diminuzione della mortalità infantile? Le sarei grato anche solo di un cenno ove cercare una risposta.
inserito da riccardo Simbula il 22/02/2008 - 22:03:03
I popolazionisti si rifanno a un concetto di autosuficienza. Questo presuppone una politica agressiva rispetto alle altre popolazioni vicine o lontane.In modo molto riassuntivo credo che:crescita democrafica e nazionalismo abbiano una stretta parentela.Per me questa visione della questione della popolazione e solo un annunzio di sciagure.Penso che il problema della popolazione vada affrondato con meno gretezza e chiusura e sopratutto con mezzi politci mondiali
inserito da opsirc il 22/02/2008 - 15:35:32

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